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venerdì 15 luglio 2016

Definitiva la condanna di Antonio Franco Cassata per diffamazione

L'ex procuratore generale di Messina riconosciuto autore del dossier infamante sul professor Adolfo Parmaliana morto nel 2008

Dopo quattro anni di udienze, – la prima si tenne il 6 febbraio 2012 – l'ex Procuratore Generale di Messina Antonio Franco Cassata (nella foto  a sinistra) è stato condannato, in via definitiva, per diffamazione pluriaggravata nei confronti del professor Adolfo Parmaliana.
Ad un’ammenda di 800 euro, anche se il pm aveva chiesto una condanna a tre mesi – e al risarcimento alla famiglia da stabilire in sede civile, certo.
Ma comunque una sentenza storica.
Una sentenza, oggi confermata anche dalla Cassazione, nelle cui motivazioni si legge «…tale ritrovamento è evidente spia di un lavoro di dossieraggio che vedeva l’imputato raccogliere carte per usarle contro la memoria del professore…», «…non vi è dubbio infatti che l’imputato con coscienza e volontà abbia offeso l’onore e la reputazione del defunto prof. Adolfo Parmaliana…», «il contenuto dell’anonimo, contenendo falsità… costituisce un chiaro segno di disprezzo e di offesa alla reputazione della persona verso la quale sono state scritte…», «sussiste pure, l’elemento psicologico, essendoci nel Cassata la consapevolezza di ledere attraverso lo scritto la reputazione della persona offesa. Anzi, nella specie, appare evidente la sussistenza di una volontà di diffamare, pur non necessaria per l’integrazione della fattispecie de qua, per la quale è sufficiente un dolo generico…».
Il magistrato più potente del distretto giudiziario di Messina degli ultimi decenni è stato condannato. Altri giudici, in ben tre gradi di giudizio, hanno ritenuto sussistenti a suo carico le circostanze aggravanti dei “motivi abietti di vendetta” rispetto a quell’ultima lettera lasciata da Adolfo Parmaliana.
«La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito, di servitore dello Stato e docente universitario.»
Con queste parole, scritte prima di suicidarsi il 2 ottobre 2008, Adolfo Parmaliana (nella foto a destra) – cinquantenne professore di chimica dell’Università di Messina – lasciava il suo testamento morale, il suo “j’accuse” nei confronti di alcuni giudici barcellonesi e messinesi «così celeri nel rinviarlo a giudizio – diceva il suo legale e amico Fabio Repici pochi giorni dopo la tragica scomparsa – ma non altrettanto tempestivi» nel dar seguito alle sue pubbliche denunce delle connivenze tra mafia, politica, massoneria e ambienti giudiziari nella zona tirrenica di quella provincia che “babba”, in realtà, non lo è mai stata.
Già, perché Parmaliana non era soltanto uno stimato docente e scienziato. Per tanti anni era stato anche segretario della sezione dei Democratici di sinistra a Terme Vigliatore – dove abitava – e nel 2005, con i suoi esposti sul Piano regolatore, sull’abusivismo edilizio, su certe transazioni fatte dai politici del suo paese, contribuì allo scioglimento per infiltrazione mafiosa del consiglio comunale della stessa Terme Vigliatore.
Quel professore che non scendeva a compromessi finì con l’essere emarginato anche all’interno della sua parte politica. Al suo fianco era rimasto solo l’amico Beppe Lumia, tra i pochi – insieme a Claudio Fava e Sonia Alfano – che ne ha difeso la memoria dopo la scomparsa.
Nel settembre 2009, a quasi un anno dalla morte, una rabbia vendicativa, evidentemente scatenata da quell’ultima, drammatica denuncia, partoriva un dossier anonimo – nel classico stile dei corvi – con cui si cercava di screditare la memoria di Parmaliana, mettendo in dubbio moralità e qualità professionali del professore. Il dossier veniva inviato a numerosi destinatari, tra cui lo stesso senatore Lumia e lo scrittore e giornalista Alfio Caruso, a poche settimane dall’uscita del suo libro Io che da morto vi parlo (Longanesi, novembre 2009), il racconto dettagliato delle battaglie spesso solitarie, delle sconfitte, delle nefandezze compiute ai danni di Parmaliana, fino alla sua morte. Come accerterà in seguito la magistratura di Reggio Calabria, una delle finalità del dossier anonimo era proprio quella di ostacolare la pubblicazione del libro di Caruso.
La famiglia Parmaliana sporge denuncia contro ignoti, evidenziando la circostanza che allo scritto anonimo era stata allegata una sentenza della Cassazione inviata da una cartoleria di Barcellona Pozzo di Gotto alla segreteria personale del procuratore generale di Messina Antonio Franco Cassata, cioè il magistrato sul quale Parmaliana aveva presentato – nel dicembre del 2001 – una nota al Consiglio superiore della magistratura, e che sarà sentito – nel marzo del 2002 – dall’organo di autogoverno dei giudici nell’ambito di un procedimento per incompatibilità ambientale poi archiviato – a cui fa riferimento il memoriale lasciato al fratello prima di suicidarsi.
La Procura di Reggio Calabria avvia le indagini e il 17 novembre 2010 il sostituto procuratore reggino Federico Perrone Capano – accompagnato dal capitano del Ros Leandro Piccoli – si reca negli uffici della Procura generale di Messina per interrogare i cancellieri in servizio in quell’ufficio.
Il Procuratore generale Cassata fu molto ospitale con il suo giovane collega e l’ufficiale dell’Arma tanto da mettere a disposizione il suo ufficio per l’audizione dei testimoni. Durante la verbalizzazione delle dichiarazioni dell’ultima teste, Angelica Rosso, il capitano Piccoli nota in una vetrinetta una carpetta con un’annotazione manoscritta: “copie esposto Parmaliana”; appena più giù, la dicitura, sempre manoscritta, “da spedire”. Perrone Capano allora telefona al suo superiore Giuseppe Pignatone per riferirgli di quanto aveva visto. Pignatone telefona a sua volta a Cassata per spiegargli la necessità di procedere al sequestro.
La carpetta conteneva quattro copie del dossier anonimo – senza il timbro dell’ufficio con il numero di protocollo – e su due di queste erano attaccati due post-it con su scritto “Procura ME” e “Procura Reggio C.”. La Procura di Reggio Calabria iscrive Cassata nel registro degli indagati e, emerse le responsabilità del procuratore generale, lo rinvia a giudizio il 3 dicembre 2011 per diffamazione pluriaggravata in concorso con l’aggravante di aver addebitato alla presunta vittima fatti determinati e di aver agito per motivi abietti di vendetta.

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