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Non può, pertanto, considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001

Si ricorda però che l’art. 21 della Costituzione recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili."

sabato 6 agosto 2016

Messina, crocevia delle mafie

Tradizionalmente i gruppi mafiosi sono stati principalmente operativi nella fascia tirrenico-nebroidea, che risulta essere controllata dalle famiglie barcellonese e tortoriciana, strutturalmente organizzate e operanti in maniera del tutto omologa a cosa nostra palermitana.

La famiglia barcellonese

I barcellonesi, duramente colpiti nel corso dei vari tronconi delle operazioni Gotha (siamo già al sesto capitolo, ndr) che ne hanno decimato i vertici, - ripartiti nei gruppi barcellonese, mazzarroti, Terme Vigliatore e Milazzo - sono da sempre legati alla criminalità organizzata catanese, come confermato anche da due distinte indagini patrimoniali che hanno colpito un rappresentante della famiglia Santapaola e un imprenditore attivo nel comparto agricolo-zootecnico e nell’edilizia, trait d’union tra i barcellonesi e un clan etneo, interessati al movimento terra, della produzione di cemento e di energia da rinnovabili.
Le due operazioni si sono concluse con il sequestro di beni per un ammontare rispettivamente di 4 e 27 milioni di euro.
Sempre tra le attività repressive e di contrasto, la Relazione della Dia cita anche l’esito dell’attività ispettiva della Commissione di Accesso al Comune di Mazzarrà Sant’Andrea, nominata alla fine del 2014 dal Prefetto di Messina, che ha rilevato “all’esito di approfonditi accertamenti”, “forme di ingerenza della criminalità organizzata che hanno esposto l’amministrazione (retta dal dottor Salvatore Bucolo, indagato per tangenti insieme agli ex vertici della partecipata Tirrenoambiente, nell’operazione della Finanza “Riciclo” e fratello dell’attuale capo dei mazzarroti Angelo,arrestato nella Gotha V, ndr), a pressanti condizionamenti, compromettendo il buon andamento e l’imparzialità dell’attività comunale”, e poiché è stato rilevato che “la permeabilità dell’ente ai condizionamenti esterni della criminalità organizzata ha arrecato grave pregiudizio agli interessi della collettività e ha determinato la perdita di credibilità dell’istituzione locale” si è reso necessario il commissariamento. Mazzarrà è il terzo comune della zona tirrenica ad essere stato sciolto per mafia nel corso degli ultimi tre lustri. In precedenza erano stati sciolti Terme Vigliatore nel 2005 (grazia alle denunce del compianto professor Adolfo Parmaliana, ndr) e Furnari nel 2009, in seguito agli esiti delle operazioni del Ros dei carabinieri “Vivaio” e “Torrente” che hanno svelato il condizionamento del gruppo criminale dei mazzarroti di Tindaro Calabrese nelle elezioni amministrative del 2007.

I tortoriciani-batanesi

Nella zona nebroidea invece, sono attivi i tortoriciani, gruppo con molti contatti con il mandamento mafioso palermitano di San Mauro Castelverde.
Le indagini del Gruppo Interforze della Prefettura di Messina hanno accertato un particolare interesse da parte della criminalità organizzata verso l’acquisizione dei finanziamenti comunitari e statali nel comparto agricolo e zootecnico. Sono state individuate e colpite da interdittiva antimafia 11 imprese agricole – alcune sulla carta preesistenti e altre costituite ad hoc – intestate a familiari o prestanome di un mafioso di elevato spessore criminale, aggiudicatarie di lotti di pascoli ricadenti all’interno del Parco dei Nebrodi.

I clan della città di Messina e della costiera jonica

Nella città dello Stretto operano i gruppi criminali degli Spartà, Galli, Lo Duca, Ventura, Mangialupi, Aspri, Trischitta e Cutè, dediti non soltanto alle tipiche attività illecite dell’estorsione, dell’usura, del traffico di droga, ma anche ad una vera e propria attività di imprenditoria mafiosa, attraverso l’infiltrazione nel sistema degli appalti, dell’edilizia, dei servizi, del commercio, dei rifiuti e dell’illecita acquisizione di finanziamenti pubblici. Pur ricorrendo raramente ad azioni violente, proprio per non destare allarme sociale, i clan messinesi esercitano comunque un incisivo controllo sul territorio.
Il clan Mangialupi risulta – secondo gli investigatori della Dia – quello maggiormente collegato con le organizzazioni ‘ndranghetiste della provincia di Reggio Calabria. Lo scorso 23 dicembre sono stati condannati in primo grado 22 esponenti del clan coinvolti in un traffico di droga, acquistata con i proventi illeciti delle rapine, tra la provincia di Messina e la Calabria, coinvolgendo anche città del Nord Italia.

La fascia jonica, infine, rimane area di influenza delle famiglie catanesi dei soliti Santapaola, dei Laudani e dei Cappello. Tre i principali gruppi individuati dalla Dia, un primo legato al clan Santapaola-Ercolano, un secondo contiguo al clan Laudani e un terzo vicino ai Cappello. I tre gruppi esercitano la propria influenza dalla valle dell’Alcantara alle città di Giardini e Taormina.

domenica 17 luglio 2016

Css all'Edipower, il Mattm chiede «approfondimenti» e «integrazioni»

Il Gruppo istruttore del Ministero dell'ambiente incaricato dell'istruttoria tecnica relativa al progetto di Edipower/A2A di realizzare un termovalorizzatore alimentato a Css (combustibile derivato dai rifiuti, ndr) all'interno della centrale termoelettrica di San Filippo del Mela ha sollevato alcune osservazioni richiedendo la necessità di acquisire approfondimenti relativi alla documentazione già prodotta»  

Lo scorso 21 giugno si è riunita la Commissione del Ministero dell'ambiente incaricata dell'istruttoria sul progetto di Edipower/A2A di realizzare un termovalorizzatore alimentato a Css (combustibile derivato dai rifiuti, ndr) all'interno della centrale termoelettrica di San Filippo del Mela presentato lo scorso settembre. Nel Gruppo istruttore dell’ISPRA, presente anche il Comune di San Filippo del Mela, rappresentato dal chimico Eugenio Cottone, che ha presentato un documento do osservazioni, solo in minima parte recepite dal Ministero.

«Approfondimenti» e «integrazioni»

Dal provvedimento inviato, oltre che all'Edipower, anche al Ministero dei Beni culturali – che aveva già espresso parere negativo, su cui è pendente al Tar del Lazio un ricorso per l'annullamento – alla Regione siciliana, all'ex Provincia di Messina e al Comune di San Filippo del Mela, si evince come il Ministero richieda «approfondimenti» e «integrazioni» necessari «per una corretta e compiuta valutazione degli impatti ambientali attesi a seguito della realizzazione del progetto».
Nello specifico si chiedono chiarimenti in merito all'approvvigionamento del Css che dovrebbe alimentare le due caldaie a griglia mobile di 200 Mwt di potenza e funzionanti per 7800 ore l'anno.
Come si ricorderà nello studio di impatto ambientale l'Edipower affermava che il Css «verrà approvvigionato sul mercato ed in via prioritaria dagli impianti di trattamento meccanico-biologico presenti in un raggio di 200 km, ovvero tendenzialmente quelli delle provincie di Messina, Catania ed Enna.»

Da dove arriverà il Css?

Allo stato dei fatti però – senza considerare la quasi totale carenza di impianti del genere in Sicilia, da cui l'ennesima crisi di questi giorni –, entro i 200 Km di percorrenza stradale ricade solo l’impianto della Sicula Trasporti. L'altro impianto esistente, quello nuovo di zecca di Bellolampo (Palermo) sta a 210 km. Tutto dipende da cosa si intende per “raggio” di 200 km. Se lo si dovesse considerare “in linea d’aria”, si prende quasi tutta la Sicilia.
Pur reputando il dimensionamento del termovalorizzatore tale da giustificare la scelta del raggio d'azione indicato», il Mattm chiede di dettagliare «maggiormente anche con indicazione di impianti che possono fornire Css indicandone, inoltre, le potenzialità produttive, le fonti di approvvigionamento tenuto conto che detto Css dovrà rispettare prefissate classi di Css definite dalla Norma EN15359:2011, in funzione delle quali è stata effettuata la progettazione dell'impianto».
Chiesti anche approfondimenti sull'impatto derivante dal «traffico indotto dalla realizzazione del progetto sia in fase di cantiere sia in fase di esercizio e la viabilità che si intende utilizzare».
Viene inoltre richiesto di fornire «ulteriori elementi quali-quantitativi che consentano di apprezzare la valenza del progetto nell'ambito del quadro di programmazione energetica nazionale e regionale» evidenziando altresì «le conseguenze derivanti dalla non realizzazione» dello stesso.

Ma le emissioni?

Il Gruppo istruttore si sofferma poi sulla «componente ambientale» sottolineando come Edipower non abbia fornito «informazioni relativamente alle emissioni non convogliate», chiedendone «la identificazione e la valutazione delle emissioni delle stesse». Chiesta anche un'analisi dell'impatto delle emissioni odorigene a valle del nuovo impianto.
Relativamente ai serbatoti previsti dal progetto si evidenzia che «per i nuovi serbatoi interrati devono essere previsti sistemi di contenimento a doppia parete con il controllo in continuo dell'intercapedine con allarme sonoro e luminoso».

Mentre per i serbatoi fuori terra dovranno «essere previsti bacini di contenimento correttamente dimensionati».
Edipower pertanto dovrà fornire «idonea relazione descrittiva di tali sistemi e del sistema di gestione delle acque meteoriche presenti nei bacini».

E le scorie?

Di un certo rilievo la richiesta di un piano di gestione dei rifiuti (speciali) prodotti che si integri con le previsioni di Edipower/A2A.
E infatti, al fine di poter valutare la corretta gestione dei rifiuti in fase di cantiere e di esercizio il Mattm chiede «di fornire già ora, un piano di grstione dei rifiuti che identifichi i codici CER (il catalogo europeo dei rifiuti, CER, classificazione i tipi di rifiuti secondo la direttiva 75/442/CEE, I codici CER sono delle sequenze numeriche, composte da 6 cifre riunite in coppie (es. 03 01 01 scarti di corteccia e sughero), volte ad identificare un rifiuto, di norma, in base al processo produttivo da cui è originato. Il primo gruppo identifica il capitolo, mentre il secondo usualmente il processo produttivo, ndr), che si prevede di trattare ed i possibili impianti di trattamento/smaltimento delle tipologie di rifiuti individuate.»
Considerato che il “cosiddetto piano dei rifiuti regionale” non ne prevede, Edipower/A2A, se vuole l’impianto, potrebbe doversi accollare pure questi impianti.
È stata anche ritenuta «non esaustiva la trattazione delle terre e rocce da scavo effettuata nel SIA». La Commissione pertanto «reputa necessario valutare una alternativa progettuale allo smaltimento in discarica indicato.»
Infine, si chiede di «integrare le valutazioni dell'impatto paesaggistico effettuate nel Sia, tenuto conto del parere negativo del Mibact».
Edipower adesso avrà trenta giorni (a decorrere dal 14 luglio scorso, ndr) per fornire le integrazioni richieste.

sabato 16 luglio 2016

Rifiuti ed emergenze. La denuncia di Angelini: Il governo della regione millanta che la Sicilia dispone di un "Piano di Gestione"

Alla Regione, istituzione cardine per la realizzazione del sistema di gestione dei rifiuti, sono attribuite competenze in materia di pianificazione e organizzazione, nonché la potestà autorizzativa, ma non ha la regione: nessun potere gestionale diretto. Questo è il problema che tiene in scacco la gestione dei rifiuti in Sicilia

«Il governo della regione millanta che la Sicilia dispone di un "Piano di Gestione", ciò è falso in punta di diritto. Si vuole gabellare come Piano regionale, un "Piano emergenziale" del 2012, tra l'altro ancora in itinere. Si vorrebbe celare così, l'ingiustificabile e dolosa omissione del governo regionale nell'applicare il dispositivo contenuto nell'art. 9 della legge regionale n.9/2010.
La regione attraverso il piano regionale, assolve al ruolo di regolatore del: "Riciclo", "Riuso" e "Recupero"; con il compito di innescare flussi di materia per qualità e quantità sufficienti a realizzare la filiera produttiva del riciclaggio, riuso e compostaggio.»

In questi giorni di ordinaria emergenza rifiuti in Sicilia, torna a farsi sentire forte e chiara la voce del professor Angelini nel denunciare omissioni, carenze e incompetenze del carrozzone Regione siciliana.

Sono gli ato lo snodo nella gestione

Angelini evidenzia come l'insieme della competenze nella gestione dei rifiuti sia demandata dalla legge ad un unico soggetto amministrativo, l’autorità d’ambito, con compiti di regolazione e di selezione del soggetto gestore mediante procedure ad evidenza pubblica con il fine di realizzare una gestione: efficiente, efficacie ed economica.
La normativa stabilisce che per quanto riguarda la raccolta differenziata, la regione svolge il ruolo di "regolatore", al fine di organare in modo unitario le attività della RD nei vari territori. Spetta invece ai Comuni la raccolta, art. 198, comma 2, D.Lgs 152/2006: "I comuni concorrono a disciplinare la gestione dei rifiuti urbani con appositi regolamenti che, nel rispetto dei principi di trasparenza, efficienza, efficacia ed economicità e in coerenza con i piani d'ambito [...] al fine di garantire una distinta gestione delle diverse frazioni di rifiuti e promuovere il recupero degli stessi".

Vent'anni di violazioni

E invece da 20 anni, in «costante violazione delle leggi – tuona il docente palermitano – o in alcuni periodi con la "copertura" delle deroghe commissariali, si impedisce che ogni ente locale di assolvere pienamente e correttamente alle funzioni stabilite dalla legge».
Per Angelini la regione «continua incontrastata ad avocare a se tutti i poteri in materia, senza averne la legittimazione giuridica, causando enormi danni economici ed ambientali alla Sicilia e ai siciliani. Violando la legge, come per esempio, nell'autorizzare impianti (discariche comprese) che non sono previsti dal Piano regionale di Gestione dei rifiuti o nei Piani di Ambito».

Ed è proprio il dibattito su quanti Ato realizzare in Sicilia a rappresentare per Angelini la cifra del totale disallineamento della Sicilia alle regole, oltre che alle buone pratiche, europee e nazionali.
«La definizione e la perimetrazione degli Ato – sostiene – è la prima operazione che si effettua, in ambito tecnico e non politico, per definire lo scenario ottimale sotto il profilo della qualità ambientale, della economicità dell'attività gestionali, dell'efficienza e qualità del servizio, nell'ambito della redazione del Piano di Gestione regionale. Questo andava fatto 20 anni fa, invece, in questo lasso di tempo si è discusso in sede politica e si legiferato dando i numeri; 9, 27, 10, 16, 18 ATO. In questi anni, è stato costituito anche l'Ato "Isole minori", la cosa più imbecille e disonesta che mai si sia stata mai pensata nell'ambito delle gestione dei rifiuti.
Gli Ato vengono delimitati in base ad uno studio tecnico-economico che deve corrispondere al superamento della frammentazione, in modo da delineare delle gestioni con adeguate dimensioni relative ai "produttori" di rifiuti, definite sulla base di parametri fisici, demografici, tecnici e sulla base delle ripartizioni politico-amministrative».
«È necessario – conclude – che in questo scenario si tenga in primo piano l'obiettivo di minimizzare i costi economici e ambientali, come per esempio, valutando il sistema stradale e ferroviario di comunicazione al fine di ottimizzare i trasporti all'interno dell'Ato, o come mettere in comune al fine di realizzare risparmi attraverso una gestione di scale, gli impianti già realizzati e funzionanti.
Si tratta di garantire la gestione integrata dei rifiuti, nelle diverse fasi della raccolta, trasporto, riuso recupero e smaltimento, allo scopo di ottenere una stima in quantità e qualità di materia trattata, al fine di garantire il break even point nella gestione e nella valorizzazione.

L'obiettivo è quello di raggiungere l'autosufficienza dell'Ato, ognuno si gestisce i rifiuti a "casa propria", in di prossimità tra maggiore flusso dei rifiuti e gli impianti, in modo da ridurre la movimentazione e massimizzare il riutilizzo del materiale».