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Si ricorda però che l’art. 21 della Costituzione recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili."

lunedì 19 settembre 2016

Ma il Sorgente-Rizziconi fa risparmiare o no?

Sono passati tre mesi dall'inaugurazione renziana dell'elettrodotto tra Sicilia a Calabria, ma i prezzi del MWh dell’isola continuano a rimanere molto più alti rispetto a quelli nazionali, spesso con il prezzo minimo della giornata in Sicilia, superiore a quello massimo nel resto d’Italia. 
A rivelarlo la rivista specializzata QualEnergia.it

Il 28 maggio scorso Renzi avviò a Favazzina, in Calabria, il contestatissimo elettrodotto Terna Sorgente-Rizziconi. Un'opera da 700 milioni di euro, che nelle intenzioni dovrebbe far recuperare quanto speso molto velocemente. 
Se si dà per buono quanto detto dal segretario-premier durante l’inaugurazione "ci farà risparmiare 600 milioni ogni anno."
Secondo quanto riportato dalla rivista specializzata QualEnergia.it “La ragione di questo straordinario risparmio risiede nel fatto che la nuova linea dovrebbe consentire alla Sicilia di esportare, e soprattutto importare, molta più elettricità con il continente di quanto potesse fare prima, così che i suoi prezzi all’ingrosso sul mercato elettrico, in genere molto più alti della media italiana per la vecchiaia delle sue centrali termiche, dovrebbero scendere, allineandosi al Prezzo Unico Nazionale (Pun)”.
Ad oggi il surplus del costo l’elettricità a carico dei siciliani è stato coperto in bolletta da tutti gli italiani, un simile risparmio dovrebbe quindi far scendere in modo apprezzabile i costi energetici per cittadini e imprese.

Tre mesi dopo i prezzi sono ancora alti

Tuttavia la stessa rivista rileva come “dopo tre mesi l’evento non si è ancora verificato e giorno dopo giorno i prezzi dell’isola continuano a rimanere molto più alti di quelli nazionali, spesso con il prezzo minimo della giornata in Sicilia, superiore a quello massimo nel resto d’Italia.”
Prendendo i dati orari del Pun e quelli siciliani per gli ultimi tre mesi, forniti dal GME, il Gestore dei Mercati Elettrici, sommandoli e facendo poi la media, agli esperti di QualEnergia.it risulta che se “in effetti a giugno 2016 l’effetto elettrodotto si è fatto sentire, con una quasi parificazione dei prezzi: il MWh è costato in Sicilia in media 42 € contro i 37 in Italia”, da allora, “stranamente, il divario è via via cresciuto: a luglio con un Pun medio di 42 €, in Sicilia si era a 53, mentre ad agosto se in Italia il MWh lo si è pagato 37 €, in Sicilia la media è stata di 56 €. E ci sono stati giorni a fine agosto in cui il prezzo siciliano è schizzato fino a 198 €/MWh, contro i 60 della stessa ora in Italia”.
“Se l’elettrodotto avesse fatto il suo dovere – rilevano –, la Sicilia in quelle ore avrebbe importato più dal continente, riducendo il costo per le tasche di tutti”.
Invece, a fronte di circa 5 milioni di MWh consumati in Sicilia nei tre mesi dall'inaugurazione, gli italiani hanno dovuto spendere ancora decine di milioni per parificare le tariffe.
“Ma perché l’elettrodotto non è ancora riuscito a piallare via ogni differenza? Non sarà che la sua potenza è insufficiente a coprire tutto il traffico necessario?” è stato l'interrogativo posto a Terna da QualEnergia.it.

Per Terna è solo una fase transitoria

“No, ovviamente no – rispondono da Terna – la potenza è stata calcolata in modo da coprire le esigenze siciliane, come da dati storici”.
Ma per il colosso energetico “Il punto è un altro: si tratta di un opera molto complessa, che ha bisogno di mesi di 'fine tuning', per poter operare costantemente al massimo delle sue possibilità. In pratica in questi tre mesi i nostri tecnici hanno dovuto operare su una o più delle varie linee che compongono il Sorgente-Rizziconi, per effettuare controlli e bilanciamenti, riducendo così la potenza disponibile.”
«Quando questa riduzione di capacità è stata piccola – prosegue la spiegazione data a QualEnergia.it – anche le differenze di prezzo fra Sicilia e Italia lo sono state, talvolta allineandosi completamente, quando la limitazione del transito è stata massiva e la Sicilia ha dovuto contare quasi solo sui suoi impianti di produzione, ed ecco che si sono avuti quei picchi, simili a quelli degli anni scorsi».
«Entro le prossime settimane – rassicurano da Terna – dovrebbe concludersi questo periodo di messa a punto dell’elettrodotto, che dovrebbe così dispiegare costantemente tutta la sua capacità: i prezzi siciliani si dovrebbero pian piano allineare a quelli del resto d’Italia. È in fondo quanto accaduto qualche anno fa con il nuovo collegamento fra Sardegna e continente: per qualche mese i prezzi isolani sono rimasti più alti del Pun, ma poi si sono allineati e oggi, spesso, sono addirittura più bassi della media nazionale.»

Critiche sui “presunti risparmi” anche  le associazioni ambientaliste

Fortemente critiche sui “presunti” risparmi di 600 milioni sulla bolletta energetica, anche diverse associazioni ambientaliste (Man, I Cittadini, ecc.) che contestano la realizzazione dell'elettrodotto. “L’energia del Sorgente Rizziconi non è in grado di andare verso Palermo né verso il centro della Sicilia, servirà solo per Messina. Analoga sorte in senso inverso per l’energia prodotta in Sicilia dalle fonti rinnovabili, che non sono in grado oggi di raggiungere il Sorgente-Rizziconi. L’unica delle numerose centrali che verrà staccata sarà quella di San Filippo del Mela, già ridimensionata dall’Autorizzazione Integrata Ambientale del 2009. Pertanto il costo medio dell’energia isolana non cambierà molto. Proprio per rimediare a tutto questo Terna ha inserito nel Piano di Sviluppo 2013 la duplicazione del tratto siciliano del Sorgente Rizziconi e il collegamento con Assoro, nel centro della Sicilia. Ma il Piano 2013 è ancora privo della VAS.”
Per le associazioni quell'inaugurazione è stata una bufala, “ancora più evidente perché in realtà per completare i lavori di acqua sotto i ponti ne dovrà passare parecchia. Terna ha ottenuto infatti dal Ministero dello Sviluppo Economico, lo scorso 16 febbraio, una proroga di due anni.
Fatti – per le associazioni – non menzionati dai giornali, così come non sarebbe stato dato risalto nemmeno ai processi a carico di Terna e dell’elettrodotto.
Il riferimento è al provvedimento di sequestro del pilone 45, al quale seguirà un procedimento penale per reati legati alla sua realizzazione, in zona altamente franosa.
“È facile che dal processo venga fuori l’eliminazione del pilone.” l'ipotesi ventilata.
In precedenza era stato sequestrato e poi dissequestrato un altro dei sostegni che “bucano” il paesaggio delle colline peloritane. Il numero 40, per la cui realizzazione Terna e i funzionari della soprintendenza di Messina sono sotto processo a Messina (il 27 settembre la prossima udienza) per violazione di norme paesaggistiche. Reati che, in caso di condanna, prevedono la riduzione in pristino, cioè il traliccio 40 dovrà essere eliminato.
In più ci sono due ricorsi, presentati dalla MAN, pendenti davanti al Tar del Lazio, che potrebbero addirittura annullare l’autorizzazione dell’elettrodotto.
È inoltre pendente davanti al Consiglio di Stato l’appello proposto da 101 cittadini di Serro, frazione del comune messinese di Villafranca Tirrena dove sorge proprio il sostegno 40, contro la stessa autorizzazione.
“I casi del Dolo-Camin e dell’Udine-Redipuglia – ricordano – dimostrano che la magistratura ha annullato l’autorizzazione dopo la realizzazione dell’opera decretando l’eliminazione degli elettrodotti. Nel 2015 sono stati presentati altri circostanziati esposti, per i quali si attende la fine delle indagini.»

giovedì 15 settembre 2016

Operazione Rifiuti lontani: quando «I napoletani paga(va)no cash e bene»

Oltre 15 mila tonnellate di rifiuti che dalla Campania sbarcarono in Sicilia, nella discarica della Tirrenoambiente spa a Mazzarrà Sant'Andrea,  nei primi mesi del 2011 per un giro d'affari di 1,5 milioni di euro.
600 gli auto-compattatori utilizzati, e in almeno un caso è stato rilevato che in un solo giorno furono conferite quasi 900 tonnellate di rifiuti trasportati da 32 automezzi.
L'operazione "Rifiuti lontani" della Guardia di Finanza di Barcellona Pozzo di Gotto (Me) ha accertato che quei rifiuti, provenienti dall'emergenza campana, non avrebbero potuto essere conferiti nella discarica siciliana perché, come dimostrato dalle analisi effettuate dal Dipartimento A.r.p.a. provinciale di Messina, erano stati sottoposti soltanto ad operazioni di tritovagliatura, anziché subire il previsto - dalle normative europee e nazionali - trattamento di biostabilizzazione aerobica, necessario per eliminare i rischi ambientali derivanti dalla produzione di biogas e percolato.
In forza di queste indagini, nei mesi scorsi la Procura di Messina ha chiesto il rinvio a giudizio per due rappresentanti legali di società di smaltimento rifiuti solidi urbani di Tufino (Na) e Giugliano (Na) e un dirigente di Tirrenoambiente spa, società che gestiva la discarica di Mazzarrà Sant'Andrea (Me).
Questo è quanto riporta la cronaca odierna.
Ma, per chi ha il vizio della memoria storica, questa notizia, appresa durante il Tg3 regionale delle 14,00, ha fatto riaffiorare quanto scritto (pp. 103 e ss) nel libro La collina della munnizza (2012).
Già, perchè nel tentativo di dare struttura organica alle vicende, illecite e non, legate all'ecomostro di Mazzarrà Sant'Andrea, in un paragrafo (di seguito riportato.) raccontai proprio di quello strano flusso di rifiuti lungo l'asse Tufino- Giugliano-Mazzarrà, operazione molto lucrosa per Tirrenoambiente spa perché: «I napoletani pagano cash e bene».
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Cinquecento tonnellate al giorno di rifiuti campani dal 17 gennaio scorso arrivano in Sicilia e finiscono prevalentemente nella discarica di Mazzarà Sant’Andrea.
Il flusso, è in corso da qualche settimana il trasferimento nell’Isola di 25 mila tonnellate di spazzatura, avviene sulla base di un accordo tra la Sap.Na spa e TirrenoAmbiente, la società che gestisce la discarica di Mazzarrà Sant’Andrea, senza che sui rifiuti che arrivano alcun organo siciliano effettui un controllo.
Da fine gennaio è un via vai di camion sulla rotta fra la provincia napoletana e le colline messinesi. Il carico ha un nome in codice: 19.12.12, ovvero scarti della lavorazione del compost. Rifiuti trattati, o meglio biostabilizzati e tritovagliati, per usare termini tecnici che indicherebbero comunque materiale poco nocivo per l’ambiente. E, soprattutto, in grado di viaggiare da una regione all’altra senza bisogno di autorizzazioni.
Almeno è quanto vogliono darci a d intendere Pino Innocenti, amministratore delegato della società che gestisce la discarica di Mazzarà, «Un nostro tecnico è stato sul posto. Ha accertato che si tratta di un rifiuto che grazie al trattamento di tritovagliatura è divenuto speciale e quindi, per legge, trasportabile liberamente anche fuori regione, senza che sia necessario, come impone invece la normativa per i rifiuti solidi urbani normali, un accordo tra gli organi regionali. L’eventuale trasporto di quest’ultimo tipo di rifiuti senza accordo tra Regioni costituisce reato penale. La discarica sta accogliendo solo 25mila tonnellate di rifiuti accumulate nello Stir di Tufino, essiccate e senza alcun rischio. Nientʼaltro faremo entrare», spiega il manager vercellese da anni in Sicilia. Il tecnico Bartolo Capone, rassicura: «I rifiuti che ho controllato allo Stir di Tufino sono assolutamente innocui».
In realtà, tritare i rifiuti non significa bostabilizzarli, come imporrebbe la legge, per impedire che producano sostanze tossiche. Quello di farli passare per rifiuti speciali è un escamotage per poterli smaltire». A riprova di ciò sta il fatto che la Commessa è stata r ifiutata dalla Puglia, benchè un apposito accordo prevedesse pure un indennizzo di un milione di euro per i comuni in cui erano ubicate le discariche in cui avrebbero dovuto trovare posto 45mila tonnellate di rifiuti, e da ultimo dalla Spagna, che secondo quanto è trapelato ha rinunciato all’affare “per la difficoltà di sapere con certezza cosa contengano i rifiuti che escono dagli impianti di tritovagliatura”.
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Il caso l’aveva fatto scoppiare il settimanale Centonove con il numero 12 del 25 marzo 2011 e il numero 13 del 1° aprile 2011 quando ha titolato a nove colonne Rifiuti connection il via vai di tir carichi di munnizza che dal 17 gennaio al 22 febbraio scorso, al ritmo di 500 tonnellate al giorno, più di una volta e mezza quanto ne produce la sola città di Messina, hanno fatto la spola dalla Campania alla Sicilia. 25.000 tonnellate di rifiuti campani, secondo calcoli approssimativi, come specifica il funzionario dell’Ufficio flussi della Provincia di Napoli, sono arrivati in Sicilia.
Destinazione finale: la discarica di contrada Zuppà sita nel Comune di Mazzarrà Sant’Andrea gestita dalla società a capitale misto pubblico-privato Tirrenoambiente.
Tutto questo si è poi ripetuto una seconda volta dal 22 febbraio al 14 aprile. In questo periodo la quantità di rifiuti smaltiti presso la discarica è stata più di 15.000 tonnellate, con l’impiego, nel solo periodo che va dal 22 febbraio al 28 marzo, di 593 autotreni.
Un flusso che, tuttavia, sembra destinato ad aumentare ulteriormente perché l’accordo tra la Sap. Na., la società della Provincia di Napoli che ha il compito di gestire il ciclo dei rifiuti, e la Vincenzo D’Angelo s.r.l. di Alcamo (TP) e la Profineco s.p.a. con sede a Palermo e stabilimento a Termini Imerese, non ha una data di scadenza e può andare avanti ancora per mesi.
Il tutto per una cifra intorno ai 200 euro per tonnellata che, moltiplicata per la montagna di rifiuti portata sull’Isola, rende l’affare una torta da più di 6.000.000 di euro. E certe cifre non possono non scatenare gli appetiti della criminalità.
Non dimentichiamoci che proprio sulla discarica di Mazzarrà la Commissione Pecorella [commissione parlamentare di indagine sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, N.d.R.] si era pronunciata in questi termini: «negli ultimi due anni uno degli affari più importanti dal punto di vista del settore della gestione e dello smaltimento dei rifiuti, è stato quello della discarica di Mazzarrà Sant’Andrea, discarica che per una serie di ragioni è stata deputata a servire le esigenze di smaltimento rifiuti della maggior parte dei comuni della provincia di Messina. Proprio con riferimento alla discarica di Mazzarrà sarebbe emersa una sorta di gestione non ufficiale da parte della mafia barcellonese».
Ma se, ovviamente, gli attori principali sapevano tutto, altrettanto non si può dire dei cittadini e, cosa più grave, delle autorità comunali, amministrazioni provinciali e regionali.
Che tipo di rifiuti sono stati stoccati a Mazzarrà? Servivano delle autorizzazioni? E perché portarli proprio in Sicilia che, per stessa ammissione di esponenti del governo regionale, ha una tale carenza di discariche da non escludere la necessità di trasportare i rifiuti fuori regione, e dove è stata decretata l’emergenza rifiuti fino al 2012 con tanto di commissario straordinario nella persona del governatore regionale Raffaele Lombardo?
Dalla Regione Campania fanno sapere che «non è stata fatta alcuna intesa con la Regione Sicilia per il trasferimento dei rifiuti e, in ogni caso, questi trasferimenti fanno capo alle società provinciali».
A Palermo il dirigente generale del dipartimento Ambiente, Vincenzo Emanuele, ammette che «Tutto quello che sappiamo lo abbiamo appreso dalla stampa» e che «abbiamo chiesto a tutte le province di informarci quando arriveranno rifiuti dalla Campania, da altre parti d’Italia o da qualunque parte del mondo». E, comunque, per quanto riguarda Mazzarrà è convinto che «per il tipo di rifiuti trasportati non c’è alcun obbligo di autorizzazione da parte della Regione e, in ogni caso, la vigilanza spettava alla Provincia».
Messina, chiamata in ballo, è però di diverso parere.
Per bocca della dirigente del primo ufficio del dipartimento Ambiente, Carolina Musumeci, alla Provincia non erano «a conoscenza di alcuna movimentazione di rifiuti dalla Regione Campania alla Regione Sicilia e di non aver acquisito agli atti alcuna formale comunicazione né da parte delle autorità regionali competenti né da parte degli Enti locali facenti parte della società [Tirrenoambiente, N.d.R.] che gestisce la discarica di cui sopra [Mazzarrà Sant’Andrea, N.d.R.] ricadente in questo territorio provinciale».
Ma la dottoressa Musumeci dice di più, ritenendo che, classificando i rifiuti come speciali secondo la definizione data dall’art. 184, lettera n, del decreto legislativo 152 del 2006, non sia stata rispettata la normativa nazionale essendo questo comma stato abrogato dal decreto legislativo 4 del 2008.
«…a parere di questo ufficio lo smaltimento dei rifiuti provenienti dalla Campania, considerata la loro natura e provenienza (Rifiuti Urbani) ed a prescindere dall’attribuzione del codice Cer [19.12.12, N.d.R.] (riferibile a rifiuti speciali in quanto correlato alle operazioni di tritovagliatura) avrebbero dovuto essere smaltiti in ambito regionale campano a meno di intese e/o autorizzazioni espresse dall’Autorità regionale competente di cui quest’ufficio non ha alcuna notizia».
E a suffragare l’ipotesi che alla Regione Siciliana non la raccontino giusta contribuisce anche la circostanza che il 14 dicembre 2010, prima della firma dell’accordo con la Sap. Na., Vincenzo D’Angelo chiese al dipartimento competente un parere preventivo circa la necessità di un accordo tra Regioni per quel tipo di rifiuti. Parere che viene rilasciato il 21 dicembre [prot. N. 50/34/2, N.d.R.], a firma dello stesso Emanuele, e secondo il quale non era necessaria alcuna intesa.
Questioni legali a parte, quello che più interessa è capire cosa sia realmente finito a Mazzarrà.
Infatti, non dobbiamo dimenticare chi da anni ormai subisce quotidianamente gli effetti deleteri della presenza di quello che è stato definito l’Ecomostro di Mazzarrà (Il Gazzettino del Tirreno n. 6 – Giugno 2009, pag. 12), vale a dire gli abitanti di Furnari e Terme Vigliatore.
La discarica in questione infatti, benché catastalmente ricada nel Comune di Mazzarrà Sant’Andrea, di fatto è ubicata a ridosso dei comuni di Terme Vigliatore e Furnari, risultando essere distante meno di 200 m dal centro abitato della frazione di Vigliatore e circa 400 m dal Comune di Furnari, ma in realtà sono anche di meno se consideriamo i nuclei abitati di contrada Castriciani e contrada Loco praticamente affacciati davanti all’invaso.
La collocazione della discarica fa sì che a sopportare tutti i disagi siano esclusivamente questi due comuni, le cui popolazioni vivono al limite dell’esasperazione, soprattutto per le conseguenze sulla salute e sulla sicurezza, senza dubbio minacciate dal rischio percolato e dagli odori pestilenziali.
In effetti, considerata la vicinanza della discarica ai pozzi di captazione dell’acqua potabile, gli stessi potrebbero essere interessati da eventuali inquinamenti delle falde acquifere. Così come, a causa della direzione dei venti prevalentemente spiranti da sud a nord, l’inquinamento ambientale interessa l’atmosfera dei due centri come, del resto, non aveva escluso l’Arpa (Agenzia regionale protezione ambiente) di Messina già nell’ottobre del 2008.
Per non parlare delle ripercussioni negative sulla viabilità, causate dal transito giornaliero incontrollato di centinaia di autocompattatori e di autoarticolati, e sulle attività economiche prevalenti di entrambi i comuni: agricoltura e turismo.
Sia Furnari che Terme infatti, sono cittadine a spiccata vocazione turistica, dove sono presenti una rinomata e fiorente stazione termale, residence, alberghi e villaggi vacanze.
Secondo Tirrenoambiente non ci sarebbe nulla da preoccuparsi. Amministratori e tecnici ribadiscono la “non pericolosità” per la salute, essendo i rifiuti stati trasformati in rifiuti speciali in seguito al procedimento di tritovagliatura.
Ma la spazzatura proveniente dagli impianti campani sarebbe comunque pericolosa perché il procedimento di tritovagliatura non biostabilizza i rifiuti, come imporrebbe la legge, per impedire la produzione di sostanze tossiche, come informa Pina Elmo, attivista della Rete campana Salute ed ambiente, quello di farli passare per rifiuti speciali è solo un escamotage per poterli smaltire.
Come ha confermato lo stesso direttore dell’Arpa di Messina, Antonino Marchese «una prima analisi ci ha permesso di verificare che si tratta semplicemente di rifiuti solidi urbani tritati, che sono stati considerati speciali per effetto del loro trattamento, ma che non sono affatto biostabilizzati».
Le valutazioni fatte dall’ingegner Paolo Rabitti, perito della Procura di Napoli, sono in linea con quelle di Marchese. «Gli impianti di Tufino e Giugliano [dove i rifiuti vengono tritati e imballati per poi partire alla volta della Sicilia, N.d.R.] come è stato accertato nelle perizie che ho personalmente svolto, non sono in grado di fare quello che avrebbero dovuto fare, ovvero separare la parte secca da quella umida e biostabilizzare quest’ultima».
Dopo alcune verifiche le autorità stanno facendo chiarezza, a partire da quelle 25.000 tonnellate che sono sotto i riflettori delle istituzioni e della Procura della Repubblica di Barcellona P.G. [l’eventuale trasporto di rifiuti urbani indifferenziati, codice CER 20.03.01, senza accordo tra Regioni costituisce reato penale, N.d.R.], che si è interessata al caso anche in seguito alla denuncia sporta dal sindaco di Terme Vigliatore, Bartolo Cipriano.
L’intera vicenda inoltre è stata oggetto il 27 aprile scorso di un’interrogazione parlamentare da parte di Antonio Di Pietro.

lunedì 12 settembre 2016

Mafia, politica e rifiuti, una triade sempre viva

La gestione del ciclo dei rifiuti rappresenta un’attività verso la quale la mafia nutre grande interesse, sia per i proventi che per la possibilità di controllare l’intero territorio. Èquanto emerge al termine dell'attività ispettiva disposta dopo lo scioglimento per mafia del Comune di Corleone

Che a cosa nostra siciliana faccia gola il lucroso business dello smaltimento dei rifiuti non è certo il segreto di Pulcinella.
Pagine e pagine di atti giudiziari e di diverse commissioni parlamentari di inchiesta, hanno ampiamente indagato e sviscerato il fenomeno, dimostrando come troppo spesso il grimaldello attraverso cui la mafia mette le mani sulla munnizza è rappresentato dalle stesse istituzioni preposte alla gestione del servizio.
Una conferma la si ritrova anche nelle motivazioni dello scioglimento per mafia del comune di Corleone, nel palermitano, che ha espresso, negli anni, un'organizzazione criminale particolarmente efferata ed autorevole, i cosiddetti corleonesi, che annovera personaggi del calibro di Riina, Provenzano e Bagarella, la cui portata criminale ha travalicato i confini locali.
Dalle risultanze dell'accesso agli atti, disposto lo scorso gennaio dal prefetto di Palermo, è emersa “una contiguità tra esponenti della criminalità organizzata corleonese o tra persone ad essi vicine e gli amministratori comunali, favorita da un fitto intreccio di legami parentali, da rapporti di frequentazione o da una comunanza di interessi economici”.
Intrecci che, nell’ambito della gestione della pubblica amministrazione, si sarebbe trasformata in terreno fertile per le cosche attratte dalle gestione dei business connessi alle attività del Comune.
“La rete familiare e la comunanza di interessi con la criminalità organizzata – si legge nelle motivazioni pubblicate in Gazzetta ufficiale - ha costituito il substrato nel quale si è esplicato il condizionamento dell'amministrazione, comprovato da una serie di fatti gravi e concreti, che hanno determinato una situazione di vantaggio per soggetti facenti parte di cosa nostra o vicini alla consorteria, la cui responsabilità deve essere ricondotta all'ente”.
E proprio le attività connesse alla gestione del ciclo dei rifiuti sono quelle che suscitano maggiore interesse da parte della criminalità organizzata, sia per gli enormi proventi che ne derivano, sia per la possibilità di esercitare un capillare controllo del territorio.
Il comune di Corleone, già socio dell'Ato (Ambito territoriale ottimale) Palermo 2, oggi in fallimento, “sfruttando le difficoltà incontrate dalla società incaricata della raccolta, ha garantito a società private, collegate a consorterie mafiose locali, lo svolgimento del servizio di raccolta rifiuti”.
La commissione d'accesso ha evidenziato come “il comune ha perseguito gli interessi delle locali famiglie mafiose, fin dai primi momenti di crisi dell'ATO, ostacolando le procedure comunali relative all'istituzione dell'Area di raccolta ottimale (ARO), prevista da specifiche disposizioni regionali in materia di gestione del ciclo dei rifiuti”.
“Grave è, infatti, la circostanza che nonostante, nel 2014, l'Ufficio tecnico comunale avesse preparato tutta la documentazione costitutiva dell'ARO, nonché il Piano di intervento per la raccolta dei rifiuti solidi urbani sul territorio di Corleone, dopo l'approvazione da parte della giunta, la relativa delibera consiliare non sia mai stata adottata, per espressa volontà del sindaco”.
Sindaco che, dal mese di febbraio 2015, aveva dato avvio “ad una gestione straordinaria del servizio disponendo, con proprie ordinanze contingibili ed urgenti, interventi sussidiari attraverso noli affidati a due imprese, di cui una riconducibile ad un soggetto vicino alla locale famiglia mafiosa, che ne è di fatto l'amministratore, e l'altra amministrata da un componente del consiglio di amministrazione della prima”.
Ditte che, lo scorso 15 luglio 2016, erano state colpite da provvedimenti interdittivi disposti dal prefetto che aveva cancellato una delle imprese dalla cosiddetta white list, istituita presso la stessa prefettura di Palermo, negandone all’altra l’iscrizione.
Gli accertamenti svolti dalla commissione di accesso hanno evidenziato inoltre che “i noli contratti dall'amministrazione comunale celano un vero e proprio affidamento di appalto del servizio”.
Nella sua relazione di ben 51 pagine il prefetto ha osservato che, solo nel novembre 2015 e nel febbraio 2016, “i rapporti con la seconda ditta saranno disciplinati con due contratti stipulati in forma pubblica, ma privi dei più elementari requisiti dell'atto pubblico e, cioè, dell'indicazione circa l'esatta durata del contratto e della specificazione del costo del servizio in un arco temporale preciso. Infatti, la durata dell'appalto viene collegata ‘all'esaurimento delle risorse impegnate’.”

Singolare, infine, è anche la circostanza che “i due contratti siano stati sottoscritti in vigenza di un atto di indirizzo della giunta che - esercitando una competenza impropria - dichiara cessato lo stato di emergenza ed incarica il responsabile del servizio di espletare una regolare procedura di gara”.